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VIAGGIO NELLE CASCATE DI GHIACCIO, GIOIELLI NASCOSTI NEI MEANDRI DELLE MONTAGNE ABRUZZESI

L’AQUILA

Agli occhi degli escursionisti appaiono come scrigni di cristallo nella roccia, a quelli degli alpinisti stuzzicano la sfida di una scalata ambiziosa. Parliamo delle cascate di ghiaccio, abbondantemente presenti sull’Appennino centrale, ma nascoste tra i monti come gioielli preziosi, e per questo non sempre conosciute dal grande pubblico. Parliamo, in estrema sintesi, di “semplici” cascate d’acqua che d’inverno ghiacciano a causa dell’altitudine e delle temperature rigide.

Sono oltre cento quelle censite ad oggi, per lo più sulle catene dei Sibillini, del Gran Sasso e dei Monti della Laga, quest’ultima l’area dove vi è una presenza più massiccia, con poco meno di cinquanta cascate.

Delle più di cento presenti sull’Appennino, una trentina sono state aperte ed esplorate, percorse per la prima volta, da Claudio Arbore, uno dei pionieri dell’arrampicata su ghiaccio negli ultimi trent’anni in Italia.

Arbore, aquilano di 46 anni, geografo, docente universitario e attivo nella cooperazione internazionale in Africa occidentale, ha scoperto la sua prima cascata di ghiaccio a soli 14 anni: “Vivevo a Roma, ma grazie a mia madre, originaria di Montereale, ogni estate ero in Abruzzo – racconta a Virtù Quotidiane – ero già appassionato della montagna. Mi avventuravo nei fossi, e nel marzo 1987, a Santa Vittoria, affrontai quasi per gioco la mia prima parete ghiacciata. Una scalata semplice, ma per me emozionante e sorprendente”.

Allora l’arrampicata su cascate di ghiaccio era già stata praticata da diversi alpinisti, seppur si trovasse ancora agli albori rispetto alla diffusione di cui gode oggi. È la cenerentola delle discipline alpinistiche, e in Appennino è probabilmente tra le più recenti, ma negli ultimi vent’anni ha visto crescere la sua popolarità.

La prima volta che una cascata di ghiaccio viene descritta nella letteratura dell’Appennino è nel 1967, quando uno dei padri dell’alpinismo abruzzese, Lino D’Angelo, racconta di un crollo di candele e pareti di ghiaccio sulla parete nord del Monte Camicia. Un avvenimento dovuto al cambiamento repentino del tempo e all’innalzamento improvviso della temperatura. Quella cascata veniva descritta da D’Angelo come una meravigliosa nota d’ambiente, una curiosità, piuttosto che un qualcosa di alpinisticamente interessante.

La scalata delle cascate, invece, si sviluppa dapprima dei Paesi anglosassoni, giungendo sulle Alpi italiane alla fine degli anni Settanta. Qualche tempo dopo iniziano le prime arrampicate nell’Appennino centrale, con la prima assoluta che viene registrata nel giorno di Capodanno del 1980, sulla cascata di Casali sui Monti Sibillini, ad opera di una coppia di alpinisti perugini. Oltre agli umbri, negli anni Ottanta le cascate degli Appennini vengono scalate principalmente da sportivi ascolani, marsicani, amatriciani e con meno costanza dagli aquilani.

Nel 1994 viene scritta anche una guida, Ghiaccio del Sud, che prende il nome proprio da una cascata chiamata così da Arbore. Una delle tante che ha scalato per primo: “Mi piace la dimensione esplorativa dell’avventura, Ho sempre tentato di trovare un equilibrio tra la ricerca della bellezza dell’itinerario e quella delle difficoltà, nella scelta delle cascate nuove da aprire”, rileva il geografo aquilano, considerato oggi tra i più esperti ghiacciatori – anche così vengono chiamati gli arrampicatori su ghiaccio – dell’Appennino.

 

Nel 1991, a soli 18 anni, a Ortolano di Campotosto (L’Aquila) Arbore scala una cascata di ghiaccio per la quale propone il grado 6 di difficoltà, quando era ancora il grado massimo scalato in Italia su cascata.

L’itinerario, che per prassi prende il nome che gli viene assegnato a chi lo apre, viene chiamato dall’alpinista “Viaggio allucinante”. E poi ancora esplorazioni nell’amatriciano, al Fondo della Salsa sul Gran Sasso, sulla Laga e nella già citata Ortolano, un luogo molto caro a Claudio Arbore: “Negli anni le tante cascate di Ortolano avevano attratto la curiosità di molti, costituendo anche un’opportunità turistica per il luogo. Purtroppo le scosse del 2016 e soprattutto il terremoto e le valanghe del 18 gennaio 2017 lo hanno profondamente segnato. Mia madre vive in quella zona, nell’Alta valle dell’Aterno, e mio fratello viveva sul Corso di Amatrice ed è vivo per miracolo. Negli ultimi dieci anni i terremoti hanno segnato la mia vita e la mia famiglia”.

Nel gennaio 2017 proprio a Ortolano un uomo muore travolto dalla neve mentre spalava sul vialetto fuori casa: “Mi sono spesso chiesto come poter aiutare concretamente queste zone, anche dal punto di vista del turismo”, dice Arbore un po’ amareggiato. D’altronde proprio lì c’è il Fosso di San Pietro, dove si trova la Cascata del Peccato, oltre che la già citata Ghiaccio del Sud. L’ultima via aperta da Arbore, invece, è la cascata nella Valle dell’Inferno sul Gran Sasso, nel 2012 con Tony Caporale.

Il geografo abruzzese ha contribuito, insieme a tanti altri alpinisti del Centro Italia, a un atteggiamento culturale diverso nei confronti delle cascate di ghiaccio sull’Appennino. Anni fa, Arbore e soci vivevano una dimensione esplorativa simile a quelle degli alpinisti ottocenteschi, oggi le colate di ghiaccio sono diventate per l’alpinismo oggetti culturalmente rilevanti: “Le cascate sono sempre state sotto i nostri occhi, ma è il nostro sguardo ad essere cambiato”, racconta.

L’arrampicata su ghiaccio è ovviamente una disciplina che necessita competenze tecniche, prudenza e preparazione. Nonostante ciò, è interessante individuare le cascate pure durante una semplice escursione con le ciaspole, perché sono uno spettacolo anche solo meramente contemplativo.

Delle vere gemme di cristallo preziose, che si nascondono nelle pieghe più recondite delle montagne abruzzesi, e che se scoperte possono regalare grandi emozioni.

Fonte: http://www.virtuquotidiane.it/cultura/viaggio-nelle-cascate-di-ghiaccio-gioielli-nascosti-nei-meandri-delle-montagne-abruzzesi.html

 

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